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Attualità"Sono nata il 21 a primavera". E sullo straziante inganno di ieri, il crepuscolo di ieri, Alda Merini ha lasciato questo mondo

...di me, l'altra metà..., 2 novembre 2009


Perché ieri novembre ha voluto sorridere, inondando di sole la campagna lombarda. Non sembrava, non era, l'estate fredda dei morti, ma un tocco di rinascita. Questo clima così bislacco, che ormai muta pelle, e dipinge inquieti arcobaleni. E invece, semplicemente, lo spirito le stava preparando una casa degna. Una casa felice: debordante, come la felicità troppo invadente per quel fragile corpo. Quanto doveva arrabbiarsi, Alda Merini, nel sentir descrivere i matti come individui tristi. Lei lo era diventata, matta, dopo il primo parto, gravata dall'eccesso di vita che sentiva scoppiarle dentro. Il suo sguardo, infatti, non era né mesto né dolente. Era uno sguardo di gloria, di vette, di alture. Uno sguardo di viandante, di note orientali. E quindi, nel contempo, umilmente sfrontato, incurante delle contaminazioni umane e culturali. Alda Merini ha affascinato i più grandi poeti, da Penna a Pasolini (anch'egli scomparso, o meglio rapinato, un 2 novembre di 34 anni fa; più in basso, il video dell'ultima intervista), e non si negava agli artisti d'oggi: per lei hanno scritto Roberto Vecchioni e Giovanni Nuti, per lei ha cantato Milva. E nei ricordi di Cosimo, infermiere al San Paolo di Milano e una delle ultime persone ad averla vista viva, Alda era "una donna simpatica, solare, aperta alle battute". E confessava di essere innamorata di Renato Zero, "ah, che bell'uomo, - sospirava, - le sue canzoni sono davvero poesie".



Alda Merini ha segnato il limite di Dio. La vetta l'aveva ormai raggiunta, col passo cadenzato e placidamente sicuro. Dio stesso le aveva addobbato quel giorno. Aveva fatto confezionare per lei ingressi di Scritture sacre: l'eunuco redento di Isaia, il padrone di casa che invita storpi, ciechi, mendicanti, folli. Era il Dio dei diversi che aveva sempre cantato, impossibilitata a costringerlo dentro un rito, poiché Egli stesso era rito. Era il Dio escluso e degli esclusi, che in quel fatale giorno, in quello ieri, le lastricava la strada dorata delle nuvole di grano, degli anni miti.

Ma era, anche, il Dio impotente di fronte al dramma dell'umanità. Ben consapevole della tragedia che il suo troppo amore, la sua squassante gelosia, avrebbe prodotto in noi, poveri naufraghi terrestri. Destinati, d'improvviso, a piagge vaste e deserte. Perché senza Alda Merini saremmo stati davvero tutti più orfani, defraudati.
Dio incatenato dal nostro destino di finitezza, che lui pure ha prodotto, è lo stesso Dio della leggenda ebraica, turbato dalle preghiere del suo popolo per l'imminente morte di Mosè, il primo dei suoi viandanti: "'O Signore e Dio nostro, noi amiamo il corpo puro e santo di Mosè e ti supplichiamo di lasciarlo in vita'. Allora Dio portò Mosè su un monte alto, lo fece distendere a terra, gli susurrò di chiudere gli occhi e, in quell'istante, accostò le labbra alle sue, e gli rapì l'anima. Poi Dio pianse'". Anche oggi, sul limitare dei santi e dei morti, il cielo si è oscurato. Dio ha trasportato Alda nella sua primavera, e oggi le sue lacrime ci domandano perdono per averla nascosta ai nostri sguardi.

Daniela Tuscano

(grazie a Stefano Monti Gianolini)





 
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